Vent’anni – di Rita Borsellino

Il 19 luglio 1992 si consumava la seconda grande strage di mafia di quell’anno. Dopo l’eccidio di Capaci, dove erano caduti Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e quasi tutta la scorta, in Via D’Amelio a Palermo, venivano uccisi Paolo Borsellino e gli agenti di scorta. Pensare il Domani, nel numero di luglio in uscita, pubblica un articolo di Rita Borsellino che commemora quella strage e ne pone in risalto l’attualità. Lo riportiamo integralmente.

Sono trascorsi vent’anni da quel 19 luglio. Talvolta penso: già vent’anni. Come se fossero passati in fretta, tra testimonianze nelle scuole, volontariato, impegno civile e politico. Ma più spesso, guardando i ragazzi delle scuole che ascoltano con attenzione, mi rendo conto che questo tempo è più del tempo della loro vita e che ciò che ascoltano è terribilmente attuale. Ho incontrato qualche tempo fa un bel ragazzo alto, con il viso sereno e lo sguardo profondo. Indossava la divisa della guardia di finanza. Si chiama Antonio Emanuele Schifani. Sì, il figlio di Vito e di Rosaria. Nel ’92 aveva pochi mesi e lo avevo tenuto in braccio. Non ha mai conosciuto il suo papà. La sua vita è segnata da quell’assenza. L’assenza: è quella che pesa di più. Che ti fa star male, specialmente quando ti accorgi che cominciano a sfumare i contorni, i suoni, i profumi. E ti prende la nostalgia per tutto ciò che è stato e non può essere più.

Ero la più piccola in casa e questo “status” di figlia, sorella minore, mi aveva sempre accompagnato riservandomi gesti, attenzioni, nomignoli che costituivano per me privilegi. Nel ’92 Paolo aveva 52 anni, io 47. Forse per me il momento più complicato di questi 20 anni è stato quando, compiendo io 52 anni, mi sono ritrovata a essere “grande”. Paolo era fermo lì ed io dovevo continuare a crescere. E quante volte mi sono soffermata a pensare a ciò che comportava quel continuare a crescere. Sono diventata nonna di 5 splendide bambine che oggi hanno dai 6 mesi a 14 anni. Rappresentano la parte più bella della mia vita. A Paolo, insieme alla vita, è stata tolta anche questa gioia. E ai suoi nipoti è stato rubato un nonno straordinario. Tale sarebbe stato Paolo, con la sua capacità di farsi anch’esso bambino, tenerissimo e scanzonato. E tutto questo perché? Perché Paolo ci è stato tolto? Quando ho cominciato, già a settembre del ’92, a parlare ai ragazzi, nelle scuole o altrove, la mia era soprattutto una testimonianza su ciò che era accaduto. Le circostanze, i tempi, i fatti. Come reagire, come fare in modo che tutto ciò che era accaduto potesse aiutare a costruire un futuro diverso, attraverso la conoscenza, la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità. Sembrava che tutto ciò fosse a portata di mano. La società s’impegnava, le istituzioni sembrava cercassero le soluzioni utili a cambiare il corso delle cose. Mai più mafia e mafiosi avrebbero avuto vita facile. La ricerca della verità sembrava promettere soluzioni rapide e credibili. I processi venivano celebrati anche grazie al contributo di tanti collaboratori di giustizia. Tanti arresti, tante condanne, anche definitive, tante campagne di stampa. Ma il troppo entusiasmo non è sempre utile. Talvolta trae in inganno, porta a prestare attenzione ai particolari più appariscenti e non ad una visione d’insieme più critica, più obiettiva. Chi ha approfittato di questo? Chi ha trasformato i collaboratori di giustizia in “pentiti” poco credibili dal punto di vista del senso comune dell’etica? Chi ha cominciato a demonizzare la magistratura, creando un senso di diffidenza generalizzato sul loro ruolo e sulle loro scelte? E mentre il dibattito si allargava e si politicizzava e le idee dell’opinione pubblica si confondevano, c’era chi, con grande abilità, si affrettava a svolgere un ruolo parallelo e perverso: la manipolazione della verità. Come è stato possibile che Scarantino, personaggio ambiguo e collaboratore improbabile, venisse riconosciuto come esecutore e organizzatore di una strage cosi “importante”? Come era possibile che Cosa nostra si affidasse a un personaggio di “terzo piano”, banale e instabile, per una strage che avrebbe certamente cambiato molto anche nell’ambito stesso di Cosa nostra? Eppure tutto ciò è accaduto. Si è costruita una verità non vera per una giustizia non giusta. E quando si è costretti ad aggiungere aggettivi alle parole verità e giustizia, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Eppure tutto ciò è sembrato funzionare, si è arrivati a sentenze definitive, celebrate in pompa magna. E’ vero, qualche dubbio emergeva qua e là. Si parlava di depistaggi. C’è voluto un altro collaboratore, Spatuzza, e la tenacia di altri magistrati e investigatori, per sventare un piano perverso. La professionalità di chi ha voluto e saputo riscontrare la verità delle nuove dichiarazioni, che non solo portano a nuove responsabilità, ma che devono consegnarci la verità. Non solo chi ha operato tutto questo ma soprattutto perché e per chi lo ha fatto? A chi serviva? A chi e a che cosa è servito? E’ questo che dobbiamo pretendere di sapere. Chi ha cercato di prendersi gioco di noi, del nostro impegno, del nostro dolore? Chi è responsabile e complice di tutto questo? Cosa sa la classe politica, e non solo quella di vent’anni fa (anche perché troppo spesso coincide con quella di oggi) di patti inconfessabili e di trattative? Quali vite si sono volute risparmiare in nome di un’inconfessabile ragion di stato, sacrificando chi per la propria rettitudine e coerenza si sapeva di non potere comprare? In una società che ritiene che tutto si possa comprare e vendere, non c’è posto per i Paolo Borsellino. Eppure i nostri giovani e quella parte ancora sana della nostra società guarda ai pochi esempi credibili come punti di riferimento irrinunciabili. E a loro mi rivolgo perche ritrovino la capacità di indignarsi, perché pretendano che la verità sia sempre vera e la giustizia sia sempre giusta. Senza sconti per nessuno, per quanto in alto possa sedere e per quanto potente pensi di essere. Troppi buchi neri nella nostra democrazia che continua a indebolirsi. Troppi misteri da Portella delle Ginestre a oggi. Troppi “Nessun colpevole” abbiamo dovuto ascoltare nelle aule di tribunali. Troppi documenti scomparsi: dai diari di Aldo Moro alla cassaforte vuota di Carlo Alberto dalla Chiesa, dall’agenda elettronica di Giovanni Falcone all’agenda rossa di Paolo Borsellino. Quell’agenda che certamente conteneva elementi importanti per la comprensione della strage, che aveva portato alla morte di Giovanni Falcone ma probabilmente anche alla sua. Quelle considerazioni che le autorità competenti a cui Paolo avrebbe voluto riferirle non si curarono mai di ascoltare. Sì perché, sembra impossibile e inverosimile, ma dopo la morte di Falcone, Paolo aspettò inutilmente di essere ascoltato. L’Italia ha bisogno di conoscere il suo passato e di elaborare il suo presente per potere costruire il suo futuro. Ha bisogno di verità, di coraggio, di assunzione di responsabilità. E questo riguarda tutti, ognuno di noi. Paolo diceva: “Ognuno deve fare la sua parte: ognuno nel suo piccolo, ognuno per quello che può, ognuno per quello che sa”. Non ci sono alibi per nessuno. Ognuno si faccia strumento di verità se veramente vogliamo giustizia.

Vent’anni fa non un solo magistrato si è accorto di come si stavano conducendo le indagini sulla strage di via D’Amelio. Ma com’è mai possibile? E’ questa la domanda che oggi m’inquieta e mi addolora. Se una cosa abbiamo capito in questi 20 anni è che sulle stragi ci hanno raccontato un mucchio di fandonie, c’è stata una rete fatta da chi ha diffuso ad arte le bugie per oscurare la verità. Chi e perché ha voluto tutto questo? Lo stesso Paolo disse alla biblioteca comunale di Casa Professa poco prima di rimanere ucciso: “Ricordate che quando mi ammazzeranno non sarà stata soltanto la mafia”. Com’è possibile che si sia arrivati a sentenze passate in giudicato e che tutto quel castello di bugie sia passato al vaglio anche di magistrati senza che venisse fuori prima la verità? Oggi resta l’amarezza più grande di sapere che anche una persona soltanto non ha voluto o saputo vedere la verità; per questo ringrazio i tanti che con fatica, in mezzo alle delegittimazioni, stanno continuando un lavoro di verità e giustizia.

Liberiamo “quel fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso, della contiguità e quindi della complicità”. Il cammino è lungo e faticoso. Il tempo che viviamo non è certo facile. Ma qui si tratta di recuperare la nostra dignità, di impedire che si continui a fare scempio della verità. Si tratta di dimostrare la nostra riconoscenza a chi ha sacrificato la propria vita, facendo anche la nostra parte. “Sono morti perche noi non siamo stati abbastanza vivi”. Non sono stati loro a fare un passo avanti, ma siamo stati tutti noi a fare un passo indietro, lasciando che diventassero bersagli soli e isolati. Tocca a noi fare in modo che tutto ciò non accada più.

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